INTER_VALLI

INTER_VALLI

Dal 21/02/2026 ore 18:00 al 01/03/2026 ore 20:00

Collettiva di otto artisti come restituzione della Residenza Artistica, progetto di Bruno Ghislandi

Mostra collettiva Ex Chiesa San Bernardino Luzzana

Opening 21 Feb. 2026 dalle ore 18.00

Orari di apertura della mostra:

sabato 09:00 - 12:30

domenica 15:00 - 18:00


Camilla Aprile

Cinzia Brena

Alice Dicembrino

Nicole Locatelli

Roberto Picchi

Olivier Russo

Tâmisa Trommer

Erika Ungari

Yuliya Vladkovska


La mostra si configura come un paesaggio relazionale in cui gesti, di spositivi e immaginari interrogano il rapporto tra essere umano, natura e territorio. Le opere nascono da un attraversamento condiviso del con testo e si dispongono come presenze in dialogo, attivate dall’incontro e dalla trasformazione.

Nel lavoro di Camilla Aprile, l’invisibile prende forma attraverso leggende locali e disegni dei bambini, dando origine a una narrazione sospesa tra rac conto collettivo e visione intima. L’opera consiste in due piccole fotografie Polaroid, fragili e immediate, in cui l’immaginazione diventa strumento di conoscenza e pratica di convivenza con l’incertezza. La fotografia, invece di attestare il reale, apre uno spazio di possibilità: rende percepibile ciò che non si può dimostrare, ma che esiste per chi sceglie di credervi.

Il lavoro di Cinzia Brena individua nella consuetudine domestica del piegare i panni una forma di cura silenziosa. Una giovane madre seduta evoca una scena quotidiana in cui le mani ripetono un gesto automatico e introspet tivo. Gli indumenti, carichi di storie e identità familiari, si rivelano come estensioni delle relazioni. Tessuti e gesti trattengono storie private e allo stesso tempo universali, rese visibili attraverso performance e video.

Con Alice Dicembrino, l’attenzione si sposta sugli strumenti di lavoro e sulla loro ambiguità simbolica. In Come la Falce e l’Alambicco, utensili agricoli e artigianali assumono un carattere alchemico. La musealizzazione congela la memoria e la fotografia amplifica lo slittamento tra realtà e finzione, interro gando le implicazioni etiche della trasformazione della natura.

La ricerca di Nicole Locatelli attraversa il tema della trasformazione lenta. L’innesto agricolo diventa metafora di una relazione che accetta l’impreve dibilità. Trasferito sugli oggetti domestici, assume una dimensione simboli ca di accoglienza e scambio, mostrando come ogni sostegno porti la traccia di una sottrazione.

Con Roberto Picchi, il percorso incontra il tema della migrazione e dell’as senza. Le gabbie spezzate, accumulate in modo instabile, rendono visibile il sistema che tratteneva. Legno e cera restituiscono una mappa poetica del passaggio, in cui la fuga non è eroica ma necessaria, e l’ascolto diventa possibilità di scelta.

La dimensione sonora emerge nell’installazione di Olivier Russo, ラジオ A M Ò R !, dove suono e disegno costruiscono uno spazio sospeso. Il pa esaggio acustico agisce come campo immersivo attraversato da memoria, interferenza e linguaggio, tenendo insieme tempi e intensità differenti.

Nel lavoro di Tâmisa Trommer, la scena naturale diventa luogo di memoria e anticipazione. Per non dimenticare presenta un micro-paesaggio racchiuso in una cupola, in cui piante non consuete per l’ambiente montano alludono a un futuro climatico alterato. Il riferimento alla tradizione delle Vanitas in troduce una riflessione su vita, morte e trasformazione: la natura è conser vata, ma sottratta al ciclo vitale. La struttura, ispirata ai dispositivi ottocen teschi di studio naturalistico, mette in relazione cura e perdita, interrogando la fragilità dei biomi di fronte alla crisi climatica.

Lo slittamento percettivo è al centro del lavoro di Erika Ungari. Il Roccolo, architettura mimetica tra albero e gabbia, mette in crisi la distinzione tra naturale e artificiale. L’esperienza di avvicinamento genera smarrimento e consapevolezza, trasformando l’inganno in occasione di cura e riflessione sulle migrazioni e sul controllo.

Nel lavoro di Yuliya Vladkovska, Harmless Dependencies e Pre-Conditions si muovono sul piano della superficie e dell’uso quotidiano. Oggetti comuni e riconoscibili sono disposti senza gerarchie, come in un gioco visivo che rifiuta ogni enfasi drammatica. La pittura non cerca profondità nascoste, ma insiste su ciò che è già visibile, leggero, apparentemente neutro. Ne emerge una condizione sospesa, in cui l’abitudine diventa forma e il senso resta aperto.

Nel loro insieme, le opere costruiscono a Luzzana un ecosistema fragile, fatto di gesti minimi e strutture sensibili. La mostra invita a sostare nelle soglie: tra cura e inganno, presenza e assenza, tra ciò che viene chiamato e ciò che sceglie di tornare