Quel che resta

Quel che resta

Dal 31/10/2026 ore 18:30 al 04/11/2026 ore 18:00

Tre ricerche, un'opera e un luogo tra presenza, assenza e trasformazione

Orari di apertura della mostra:

INAUGURAZIONE: sabato 31.10 18:30 - 20:30

domenica 1.11 15:00 - 18:00

mercoledi 4.11 15:00 - 18:00


A quattordici anni di distanza, Bruno Ghislandi, Rodolfo Inver nizzi - questa volta insieme a Roberto Picchi - tornano nell’ex chie sa di San Bernardino con un progetto concepito per questo luogo.

Quel che resta riunisce tre ricerche in un unico intervento su tempo, memoria, caducità e trasformazione. La coincidenza con i giorni della memoria dei defunti interroga presenza e assenza, permanenza e dissoluzione. Nel 2012, quando la chiesa con servava i segni dell’abbandono, una mostra aveva già messo in relazione opere e memoria dello spazio. Quattordici anni dopo, il luogo è cambiato, e così il modo di attraversarlo: la memoria ritorna, ma non si ripete. Quel che resta assume la forma di una Vanitas contemporanea.

La croce costellata di uova intere e spezzate di Bruno Ghislandi concentra nascita e morte, integrità e frattura. Il rapporto fra vita e morte richiama Damien Hirst, mentre l’uovo rimanda a Piero della Francesca: segno di origine e nascita che, qui fragile e precario, diventa figura della vulnerabilità dell’esistenza.

Ai piedi della croce, Roberto Picchi costruisce una sorta di Gol gota naturale: forme del sottobosco trasformate e immerse nella cera. La coincidenza fra forma rappresentata e materia che la costituisce e la ingloba rafforza l’ambiguità del lavoro. Il richiamo a Wolfgang Laib riguarda la natura intesa come esperienza, materia e processo, in una tensione che evoca il reperto e in sieme mette in relazione pittura, scultura e paesaggio.

Rodolfo Invernizzi affronta il tempo come traccia e impossibilità di possesso. I rotoli di carta custodiscono mappe attraversate dalle ombre delle meridiane: un riferimento a Piero Manzoni, nella forma del rotolo e nell’affidare all’invisibile la presenza dell’opera. Arrotolare le mappe significa trattenere una traccia del tempo.

Infine, nel Sudario di Roberto Picchi, il paesaggio di Luzzana e della Val Cavallina diventa corpo del territorio. Il richiamo alla Sindone introduce il tema della presenza attraverso la traccia e l’assenza, avvicinando il lavoro ad Ana Mendieta. La superficie, costruita per sedimentazioni e cancellazioni, si offre come reperto del paesaggio, dove presenza e scomparsa si sovrappongono.

I quattro nuclei dell’opera convergono in un’unica tensione: la vita si espone alla fragilità, la materia alla trasformazione, il tempo alla perdita, il territorio alla memoria. Ciò che resta non è ciò che resi ste immutato, ma la traccia lasciata dal cambiamento.

Nella ex chiesa sconsacrata questa Vanitas entra in relazione con una presenza concreta e invisibile: sopra, le forme della fragilità e del tempo; sotto, ciò che materialmente resta delle vite che ci hanno preceduto. L’opera nasce fra questi due livelli, non come rappresentazione della morte, ma come relazione fra ciò che vive, ciò che si trasforma e ciò che permane.

L’inaugurazione del 31 ottobre è parte dell’opera e conduce il pubblico verso qualcosa rimasto fino ad allora nascosto. La durata della mostra è di pochi giorni, ma concede al luogo che la ospita una nuova possibilità di fruizione, prolungando oltre il tempo espositivo una parte dell’intervento.

Che cosa continua a custodire un luogo dopo secoli di trasformazioni, e quali presenze restano invisibili finché non impariamo di nuovo a cercarle?