Il Vento delle Ali

Il Vento delle Ali

Dal 19/09/2026 ore 18:00 al 04/10/2026 ore 18:00

Marta Testa unisce installazioni in tulle e sculture in resina che sfidano la percezione visiva. Un percorso antologico e site-specific che dialoga intensamente con lo spazio sacro.

Inaugurazione e presentazione della mostra 19 Settembre 2026, ore 18.00 - Cortile del Castello Giovanelli - Luzzana


Visitabile dal 19 Settembre al 4 Ottobre 2026 ex Chiesa San Bernardino - Luzzana


Marta Testa artista Nata a Bergamo nel 1974, si è diplomata al Liceo Artistico Statale di Bergamo nel 1992 e si è diplomata in Pittura all’Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo nel 1997, con la direzione di Mario Cresci. Dal 2001 al 2005 ha collaborato con la GAMeC di Bergamo, con attività di supporto ai Servizi Educativi e agli Affari Generali. Nel 2007 è iniziata la sua attività di insegnamento presso la scuola secondaria di primo grado; nel 2015 si è abilitata a Brera per l’insegnamento di “arte e immagine” e “disegno e storia dell’arte”, mentre nel 2016 si è specializzata come docente di sostegno all’università Bicocca di Milano. È possibile conoscere il suo lavoro visitando il sito web https://martatesta.weebly.com/


In scena... Il vento delle ali Mostra di Marta Testa La mostra “Il vento delle ali”, allestita all’interno della ex-chiesa di San Bernardino da Siena di Luzzana, si sviluppa in una serie di opere fotografiche, installazioni site-specific e sculture, che ripercorrono la produzione dell’artista. Il percorso si snoda attraverso sei sezioni tematiche, in un dialogo diretto che si intreccia naturalmente con gli spazi della chiesa. Nella prima sezione gli scatti fotografici dei lavori site-specific documentano la ricerca artistica di Marta Testa, che è incentrata prevalentemente su installazioni temporanee. Questa galleria di immagini, organizzata per temi, comprende le serie intitolate: “Grande scenario”, “Una strada per le donne afghane”, “Cielo crollato”, “Acqua di plastica”, “Secondo scavo archeologico”, “Via di fuga” e “In viaggio per la pace”. Ma come sono state realizzate queste installazioni fugaci, che l’artista ha documentato tra il 2021 e il 2026? Dal 2014 Marta tinge - artigianalmente nel suo laboratorio - dei teli di tulle e successivamente li usa per realizzare opere caratterizzate da forti contrasti cromatici. Per l’ambientazione sceglie luoghi connotati dal punto di vista storico, ma anche scenari naturali o post-industriali, con un forte valore paesaggistico. Il tulle che tinge nel suo laboratorio entra in relazione con il luogo in maniera specifica, producendo ogni volta una nuova visione. Il suo lavoro artistico, infatti, è finalizzato a creare un senso di meraviglia e di stupore negli occhi dell’osservatore. Il desiderio di sperimentare tecniche e materiali sempre diversi ha portato l’artista alla scoperta di una pratica, ormai consolidata da anni, che consiste nel tingere manualmente e con diverse tecniche, il tulle. In questo processo di tintura, il colore si materializza nel supporto morbido e avvolgente e viceversa, la leggerissima materia sintetica diventa colore potente che si sprigiona e si espande nello spazio. L’idea di tingere il tulle trae origine dalla sua passione per la tecnica dell’incisione, che l’ha portata ad osservare, durante la fase di pulitura dell’inchiostro sulla lastra, l’uso della tarlatana: un materiale morbido e leggero, in grado di assorbire l’olio calcografico con diverse intensità, creando effetti sfumati cangianti. Fino ad oggi l’artista ha tinto manualmente circa mille metri quadri di tulle, suddivisi in una serie di teli, lunghi venticinque metri e larghi da due metri a novanta centimetri. Ogni telo tinto ha la sua storia, perché gli accostamenti cromatici in alcuni casi si ispirano ai colori presenti in alcuni celebri dipinti della storia dell’arte, mentre in altri sono pensati per entrare in relazione con l’ambiente dell’installazione. La seconda sezione della mostra comprende due opere “Disorientati” e “Avvolgitore”. La prima è costituita da tre meteore realizzate in tulle, che precipitano diagonalmente dall’alto verso il basso nello spazio della chiesa, puntando verso i visitatori, con lo scopo di disorientarli. Il senso dell’installazione è quello di sollecitare la seguente domanda: “Ma che cosa ci orienta nella vita?” Il secondo lavoro, invece, si snoda nella navata centrale della chiesa e si intitola: “Avvolgitore”. Si tratta di un’opera costituita da un carrello avvolgi tubo in alluminio per canne da giardino, sul quale è stato avvolto un telo di tulle lungo 25 metri. La gamma cromatica scelta per la tintura di questo telo, si ispira a un dipinto di Beato Angelico del 1426, conservato nel museo del Prado, la Vergine del melograno. Il blu primario richiama il manto della Vergine, il giallo accesso il drappo sullo sfondo del dipinto, mentre i rossi rubino e geranio richiamano le vesti di Maria e di Gesù. La finalità di questo lavoro è quello di destare un senso di divertimento e di stupore nell’osservatore, che può interagire con l’opera, srotolando o arrotolando il telo, attraverso l’azionamento della manovella. L’opera è legata a uno dei filoni di ricerca dell’artista, che è incentrato sulla combinazione di tulle e oggetti defunzionalizzati, in un ironico gioco concettuale, ma anche percettivo. Marta ama il colore, la materia e la composizione, nella consapevolezza che la pittura può creare l’illusione della realtà, ma anche negarla, mettendo sempre in gioco la percezione. Ecco quindi che, in alcuni lavori, la pittura si trasforma in scultura, superando i confini che separano le due pratiche. La terza sezione della mostra si articola con due installazioni site-specific nel transetto della chiesa. La prima si trova nella zona a destra dell’altare e riproduce un tableaux vivant dedicato al tema dell’Annunciazione. Sotto un baldacchino di tulle variopinto e stratificato, posano la Vergine e l’angelo annunciante con le ali dipinte dall’artista. Il tema è la rievocazione di un’iconografia tra le più rappresentate nella storia dell’arte sacra, con l’intento di evocare un messaggio di Pace universale. Sempre nel transetto, ma a sinistra dell’altare, invece, si sviluppa una seconda istallazione site- specific intitolata “Via di fuga”. Essa è costituita da un lungo telo di tulle bianco che si dipana in tre balze, sopra cui scorrono delle immagini di una videoproiezione, nella quale è possibile osservare l’artista stessa che percorre una strada colorata immersa nel verde. Un senso di quiete e di armonia viene evocato da questo video e dalla sua continua ripetizione in loop, che apre allo sguardo dello spettatore la prospettiva dall’interno della chiesa verso la profondità del panorama esterno. Queste due installazioni introducono gradualmente l’osservatore all’opera della quarta sezione della mostra che si sviluppa nell’abside della chiesa ossia “Cielo crollato. Vicini entrammo a riveder le stelle”, spazio ideale dove inscenare il crollo di una volta celeste. Così, sotto la cupola affrescata di questo piccolo edificio a pianta longitudinale, un cielo magmatico puntellato di stelle, che richiama volutamente la cromia cerulea dei cieli giotteschi, sorprende lo spettatore creando un senso di meraviglia e di stupore.  Il titolo dell’installazione cita, rovesciandone il senso, l’ultimo verso dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri “E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno XXXIV, 139) Attualmente sono due i filoni di ricerca che l’artista sta portando avanti nel suo percorso. Il primo è orientato alla progettazione di interventi specifici nell’architettura e nel paesaggio, sia esso naturale, urbano o industriale. Il secondo invece è incentrato sulla realizzazione di sculture in resina epossidica, che contengono oggetti. Ma come si è originato questo secondo filone? Nell’estate del 2022, in uno spazio aperto, l’artista ha simulato uno scavo archeologico con degli oggetti prelevati dal suo studio artistico e da lì è nata l’idea di realizzare delle sculture in resina, dedicate a una immaginaria “Archeologia del futuro”. Per questo motivo la quinta sezione della mostra è intitolata proprio “Archeologia del futuro, singolare, femminile, astratto” e raggruppa una serie di sculture in resina: alcune appoggiate su un cassone specchiato e altre, invece, dislocate negli spazi architettonici della chiesa. Questi “reperti” o “scatole della memoria”, come vengono definite dall’artista stessa, custodiscono collane, bracciali, anelli, spille e oggetti di altro tipo, per renderli eterni e proiettarli nel futuro. Per la creazione di queste opere, l’artista si è ispirata ai mosaici ravvenati, ai reperti archeologici pompeiani e ad alcune coppe di diverse aree geografiche e di diverse epoche. Questi manufatti in resina, oltre ad esaltare l’ornamento femminile che esiste da millenni in molti paesi del mondo, caratterizzando culture lontane e diverse tra loro, rendono eterne l’eleganza e la femminilità della donna, perché in questi oggetti c’è qualcosa di loro che resta, che vorrebbe sopravvivere ancora e che le rievoca eternamente. La sesta sezione della mostra intitolata “Incontro con l’Oriente” è costituita da quattro teli di tulle stratificati ispirati ai tappeti anatolici detti ‘Transilvani’, che il 29 luglio del 2025 sono stati esposti per un giorno nel chiostro dell’Abbazia di San Benedetto di Albino, alla ricerca di un suggestivo dialogo tra Oriente e Occidente. In ogni telo, al centro, si staglia la mihrab, un’apertura che nella cultura islamica è la porta verso il mondo celeste e che in questo caso vuole simboleggiare anche lo scambio tra culture differenti. “Dobbiamo essere costruttori di pace e le nostre comunità devono essere scuole di rispetto e di dialogo con quelle di altri gruppi etnici o religiosi, luoghi in cui si impara a superare le tensioni, a promuovere rapporti equi e pacifici tra i popoli e i gruppi sociali e a costruire un futuro migliore per le generazioni a venire”. Messaggio di papa Francesco in occasione della XXVIII edizione dell’Incontro Internazionale Uomini e Religiosi, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, 8 settembre 2014.


Post-fazione  (di Giovanni Valagussa) L’opera artistica di Marta Testa si sviluppa da più decenni su linee coerenti di ricerca, che traggono spunto dalle esperienze elaborate per la prima volta negli anni dell’Accademia a Bergamo, con Mario Cresci per la fotografia e con Claudio Sugliani in particolare, nel mondo difficile e raffinato dell’incisione. Il gusto elegante degli accostamenti cromatici, la densità delle tinture, la variazione dei materiali, la sperimentazione di soluzioni tattili trae origine da queste premesse, trasformate poi nel corso dei decenni in spunti e invenzioni di carattere completamente nuovo e diverso. La vita ‘normale’ fatta di figli e di scuola ha portato nel tempo a trascurare prima quelle suggestioni degli anni di studio, e poi a riscoprirle in un lavoro di scavo interiore, lento e metodico, non così indolore ma che alla fine esplode nella felicità cromatica dei teli di tulle tinti a mano, in un processo di coinvolgimento direttamente fisico che scarica nella tensione del movimento l’accumulo di memoria stratificato in ipotesi, frustrazioni, desideri di fuga, slanci frenati: un mondo precedente che si libra improvvisamente nell’aria e nella luce, con la magnifica ambientazione dei colori nello spazio aperto. I tulle galleggiano, vaporosi e iridescenti, indifferentemente sui prati o sulle macerie ma sempre sono leggerezza, solarità, respiro che si apre esprimendo una natura selvaggia e radicalmente indipendente. Questo lavoro è dinamico, fisico, senza risparmio: alla fine della giornata i guanti da lavoro sono piegati, imbevuti di colore e di sudore, appoggiati su uno scaffale pronti per ricominciare il giorno dopo un nuovo duro confronto con la tessitura leggera ma resistentissima del tulle, metafora della determinazione pacata, ma inflessibile, dell’autrice.

Da questa prima vasta sperimentazione, testimoniata in mostra anche dalle fotografie delle molte istallazioni realizzate, il percorso di ricerca si è spostato negli anni più recenti sull’uso delle resine, involucri di materia durissima e trasparente come l’ambra che, proprio come quel miracolo naturale, racchiudono e conservano frammenti. Oggetti del passato, accenni di memoria, relitti minimi di vita dell’artista stessa vengono inglobati in blocchi dall’aspetto archeologico, come se fossero reperti sopravvissuti sotto un’eruzione vulcanica o qualche altro sconvolgimento geologico. Il tema del tempo è ovviamente centrale in questi esperimenti, rivolto al passato e contemporaneamente al futuro, come se lo scavo e la riscoperta di ciò che è stato meritasse una cristallizzazione immobile, che è rimozione e superamento, ma anche invio in una condizione futura perché nulla si elimina della vita e tutto si sublima o si rimuove inviandolo in un’altra dimensione astrale. Le installazioni scenografiche rappresentano il passo più recente di questo percorso, che assume toni molto più impegnati, carichi di una nuova consapevolezza che riporta sul piano creativo le problematiche del difficile tempo presente, ma anche – in sottofondo – l’esperienza scolastica di un contatto col mondo frastagliato dell’adolescenza, che richiede comprensione e chiede spiegazioni. Spostare i colori dell’arcobaleno fantasmagorico dei tulle dai vapori dei prati, dalle polveri delle fabbriche crollate, dai rami di un bosco (luoghi liberatori di creazioni interiori) e trasferirli improvvisamente in episodi che parlano di pace e di Islam, di ecologia e di convivenza, di accoglienza e di viaggio non è salto di poco conto, che stabilisce il passaggio dal singolare al plurale, dall’individuo al sociale. Questi lavori che traggono spunti dalla letteratura e dalla storia cercano una dimensione pubblica che è di denuncia (“Acqua di plastica”) o di tristezza (“Cielo crollato”), ma anche di apertura culturale nel dialogo, come nella delicata evocazione dei mihrab, una soglia simbolica verso ogni forma di prospettiva verso un’umanità migliore. La fine provvisoria di questo itinerario è nel video, utilizzato per la prima volta dall’artista come mezzo creativo. Un movimento quasi rassegnato (“Via di fuga”) che conduce a perdersi, lungo il tracciato che proprio i tulle colorati individuano, addentrandosi nelle luci che si alternano ai passaggi ombrosi di un bosco. Il cammino è deciso ma la direzione è ignota, mentre la distanza sembra allungarsi continuamente nella ripresa infinita della successione dei passi. Solo l’abito rosso fuoco ci assicura che la vita prosegue e si trasforma, forse si nasconde temporaneamente e poi si riaccende, sembra oscillare e scontrarsi con la realtà, ma in qualche modo riemergerà nei colori illuminati.